Persone diverse praticano attività fisica in un parco urbano accessibile e sostenibile.

Quando l’inattività si diffonde, la condizione del singolo diventa un problema collettivo. Un’analisi del Commonwealth Secretariat del 2015 la indicava come il quarto principale fattore di rischio per la mortalità mondiale, associandola a circa 3,2 milioni di decessi ogni anno. Il dato mostra perché il movimento non possa essere considerato soltanto una scelta privata: la sua presenza, o la sua assenza, incide sulla salute pubblica, sui servizi sanitari e sulle risorse di un Paese.

La stessa analisi proiettava entro il 2030 costi sanitari e perdite di produttività pari a 7,5 miliardi di dollari per l’India e a 26 miliardi per il Regno Unito. Sono stime nazionali elaborate in un preciso contesto, non valori da estendere automaticamente a ogni economia. Rendono però visibile il passaggio decisivo: il benessere personale ha conseguenze sociali ed economiche e rientra quindi nelle politiche di sviluppo.

Il Goal 3: dalla salute individuale al benessere per tutti

Il Goal 3 dell’Agenda 2030 riguarda la salute e il benessere lungo tutto l’arco della vita. In questo quadro, l’attività fisica interviene innanzitutto come componente di uno stile di vita sano. La possibilità di muoversi regolarmente, tuttavia, dipende anche da condizioni esterne: tempo disponibile, sicurezza degli spazi, accessibilità economica, qualità dell’ambiente urbano e presenza di servizi.

È utile distinguere tre concetti vicini ma non intercambiabili. L’attività fisica comprende ogni movimento corporeo che comporti un consumo di energia. Lo sport è una pratica organizzata, regolata e spesso inserita in associazioni, impianti o programmi pubblici. L’educazione fisica è invece una disciplina scolastica con finalità pedagogiche. La distinzione aiuta a capire perché il contributo all’Agenda 2030 non si esaurisca nella lezione in palestra o nella prevenzione sanitaria.

Le Nazioni Unite riconoscono infatti allo sport la capacità di favorire lo sviluppo sostenibile e la pace. La sua rilevanza deriva anche dalla struttura sociale che può creare: mette in relazione persone e istituzioni, richiede regole condivise, può raggiungere gruppi diversi e offre un contesto nel quale apprendere collaborazione, responsabilità e rispetto.

Il Goal 3 rimane il punto di partenza, ma il meccanismo si allarga. Una comunità nella quale più persone possono essere attive non ottiene soltanto un possibile beneficio sanitario. Può ridurre alcuni costi collettivi, rafforzare le reti locali e rendere più accessibili occasioni educative e di partecipazione.

Come lo sport è entrato nella mappa dello sviluppo sostenibile

Il riconoscimento istituzionale si è precisato nel tempo. L’analisi del Commonwealth Secretariat individuò sette obiettivi sui quali lo sport poteva esercitare un impatto particolarmente significativo: salute e benessere, istruzione di qualità, parità di genere, lavoro dignitoso e crescita economica, città sostenibili, pace e giustizia, partnership.

Nel 2017 il Kazan Action Plan, ratificato durante la conferenza MINEPS VI, ampliò questa prospettiva. Il piano collegò l’azione sportiva a dieci obiettivi di sviluppo sostenibile e a 36 target, includendo anche la riduzione delle disuguaglianze, il consumo e la produzione responsabili e la lotta al cambiamento climatico. Lo sport veniva così inquadrato non come settore isolato, ma come strumento da integrare nelle politiche pubbliche.

Questo ampliamento non significa che ogni partita o allenamento produca automaticamente risultati sociali e ambientali. L’effetto dipende da come programmi, impianti e organizzazioni vengono progettati: chi riesce a partecipare, quali ostacoli vengono rimossi, chi prende le decisioni e quali risorse vengono impiegate.

Inclusione ed educazione: il contributo ai Goal 10 e 4

Lo sport può contribuire alla riduzione delle disuguaglianze quando rende concretamente accessibili spazi, attrezzature e attività. Quote troppo elevate, impianti difficili da raggiungere, barriere architettoniche o programmi incompatibili con gli orari di studio e di lavoro restringono la partecipazione. Intervenire su queste condizioni trasforma una generica offerta sportiva in una politica di equità.

L’inclusione riguarda anche il potere decisionale. L’analisi del Commonwealth rilevava che le donne occupavano meno del 20% delle posizioni negli organi di governo sportivi. Il dato evidenzia la distanza che può esistere tra partecipare a un’attività ed essere rappresentati nelle strutture che ne stabiliscono regole, investimenti e priorità. Una strategia coerente con il Goal 10 deve quindi considerare sia l’accesso alla pratica sia la composizione della governance.

Il legame con il Goal 4 emerge invece dalla funzione educativa dello sport. In un ambiente ben condotto, regole e attività di gruppo permettono di esercitare cooperazione, autocontrollo, gestione del conflitto e attenzione verso gli altri. Queste competenze non nascono dal movimento in sé: richiedono educatori preparati, obiettivi espliciti e contesti nei quali la competizione non cancelli sicurezza e inclusione.

La scuola ha un ruolo specifico, perché può raggiungere anche chi non frequenta società sportive. Ma educazione fisica e politiche sportive non coincidono. Alla prima spettano obiettivi didattici definiti; le seconde possono coinvolgere associazioni, servizi sociali, amministrazioni, operatori sanitari e soggetti del territorio. È questa rete più ampia a consentire allo sport di agire su diversi obiettivi dell’Agenda.

Quando città, movimento e ambiente fanno parte della stessa politica

La connessione con la sostenibilità diventa concreta nelle scelte urbane. Marciapiedi continui, percorsi pedonali sicuri, reti ciclabili, parchi accessibili e impianti raggiungibili con il trasporto pubblico rendono l’attività fisica parte della vita quotidiana. Non chiedono necessariamente al cittadino di iscriversi a una disciplina: gli permettono di camminare, pedalare o raggiungere un luogo di sport senza dipendere sempre dall’automobile.

Una seconda linea d’intervento riguarda l’uso degli spazi esistenti. L’apertura regolata di palestre scolastiche e strutture pubbliche oltre l’orario ordinario può ampliare l’offerta di quartiere senza separare la pianificazione sportiva da quella educativa. Anche la distribuzione territoriale conta: concentrare gli impianti nelle sole aree già servite rafforza le differenze, mentre collocarli in relazione ai bisogni e ai collegamenti disponibili sostiene l’accesso.

La gestione ambientale degli eventi e delle strutture completa il quadro. Mobilità collettiva, riduzione dei materiali monouso, manutenzione efficiente e riutilizzo delle attrezzature possono collegare la pratica sportiva al consumo responsabile. Il valore non risiede in un’etichetta di sostenibilità, ma nella coerenza tra il modo in cui si organizza lo sport e gli obiettivi ambientali dichiarati.

Una responsabilità personale che ha bisogno di condizioni collettive

Essere attivi rimane una scelta compiuta dalle persone, ma non avviene nel vuoto. Una città insicura per chi cammina, un impianto inaccessibile o un’offerta economicamente selettiva limitano le possibilità concrete. Per questo la responsabilità individuale e quella pubblica non sono alternative: la prima produce effetti più ampi quando la seconda costruisce condizioni eque.

Scegliere di muoversi, partecipare a un’associazione o sostenere iniziative inclusive può contribuire a una cultura del benessere condiviso. L’Agenda 2030 attribuisce a queste azioni un significato che supera la prestazione personale: prendersi cura della propria salute può diventare parte di una comunità più accessibile, educativa e attenta all’ambiente. È in questo passaggio dal corpo individuale allo spazio comune che lo sport assume il suo valore di strumento per lo sviluppo globale.

Di Carmen Fogliani

Sono una scrittrice e blogger con la passione per la creatività e la scrittura. Scrivo sul blog da oltre 5 anni.